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Abbiamo incontrato Sandra Miranda Pattin e Francesca Morozzi di CHIASSO PERDUTO, a Palazzo Macchiavelli, nel centro storico di Firenze. Chiasso Perduto è uno dei primi spazi che presente in MAPPARTE: vive come luogo di residenze artistiche, dove la ricerca artistica si mette in dialogo con il territorio e la comunità.
Nella rubrica Incontri, presentiamo brevi interviste a chi gestisce gli spazi. Una piccola occasione per farsi conoscere e per fare comunità, tra buone pratiche, errori da evitare, condivisione.
Abbiamo incontrato Sandra Miranda Pattin e Francesca Morozzi di CHIASSO PERDUTO, a Palazzo Macchiavelli, nel centro storico di Firenze. Chiasso Perduto è uno dei primi spazi presente in MAPPARTE: vive come luogo di residenze artistiche, dove la ricerca artistica si mette in dialogo con il territorio e la comunità.
Come descriverereste il vostro spazio? Chiasso Perduto nasce in un contesto caratterizzato da una forte identità storica e architettonica, in quanto parte di Palazzo Macchiavelli. Originariamente destinato alle cucine e ai locali di deposito del palazzo, era un luogo in cui si svolgevano tutte le attività legate alla preparazione, alla conservazione e alla cottura degli alimenti. La sua storia e la sua particolare configurazione architettonica gli conferiscono una personalità unica, che diventa parte integrante dell’esperienza artistica.
Per quanto riguarda il nome, Chiasso Perduto era l’antico nome della strada che oggi si chiama via dei Coverelli. A Firenze, i chiassi erano spesso strade in cui lavoravano gli artigiani, e il loro nome poteva essere legato proprio al rumore delle attività che vi si svolgevano. Nel tempo, il termine è diventato anche sinonimo di strada stretta. Nel nostro caso, è la leggenda a suggerirci un’altra interpretazione: essendo una strada più buia e con poca luce, si racconta che fosse un luogo d’incontri amorosi. In alcuni testi viene persino citata come la “strada dei pizzicotti”. Chiasso Perduto “rumore perduto” perchè magari regnava ciò che doveva rimanere in segreto, qualcosa che accade lontano dagli sguardi, il nome racchiude una dimensione poetica e molto evocativa.
Perché e come è nato Chiasso Perduto? Proprio a partire da questa forte identità architettonica, si è scelto di valorizzarne il potenziale espressivo attraverso il formato delle residenze artistiche, concepite come occasioni in cui il progetto prende forma interamente in situ, confrontandosi direttamente con le caratteristiche, le risorse e le peculiarità del luogo. Chiasso Perduto diventa così una sfida con cui gli artisti sono chiamati a misurarsi: un contesto in cui sviluppare un dialogo e un’interazione reciproca tra la propria ricerca artistica e lo spazio che la accoglie. Una sfida resa particolarmente stimolante dalla complessità della struttura architettonica e dal suo fascino storico, elementi che invitano gli artisti a superare approcci e modalità convenzionali per esplorare nuove possibilità espressive.
Chi frequenta Chiasso Perduto? Nel corso del tempo siamo riuscite a costruire e coinvolgere un pubblico eterogeneo, una diversificazione di cui siamo particolarmente orgogliose. Dagli appassionati d’arte che hanno sentito l’esigenza di entrare in contatto con realtà artistiche sperimentali come la nostra, trovando in esse l’opportunità di arricchirsi attraverso nuove prospettive e interrogativi capaci di aprire conversazioni profonde, fino ai visitatori che hanno varcato la nostra soglia quasi casualmente e che, nel tempo, sono diventati frequentatori affezionati, sempre curiosi e interessati ai progetti che proponiamo.
Qual è stata la difficoltà più grande che avete incontrato nell’aprire lo spazio? Crediamo che la difficoltà più grande sia stata costruire un pubblico. Aprire uno spazio significa affrontare tante sfide: comprendere il proprio modello economico, trovare un equilibrio con il territorio e capire che cosa si vuole offrire alla città, oltre che a se stessi. Sono aspetti che si definiscono con l’esperienza, correggendo la rotta e costruendo progressivamente la propria identità. Per noi, che non siamo nate a Firenze ma siamo state adottate da questa città, creare un legame con il pubblico ha richiesto tempo. Ci siamo riuscite anche grazie a un’esperienza che le persone hanno percepito come fresca e diversa, e al sostegno di colleghi e amici che ci hanno aiutate a far conoscere il nostro progetto. La sfida che continua ad accompagnarci è raggiungere pubblici nuovi, coinvolgere generazioni diverse e fare in modo che lo spazio diventi un luogo di incontro anche per chi ancora non lo conosce.
Di cosa siete più orgogliose? Forse ciò di cui ci sentiamo più orgogliose è essere riuscite a creare una terza possibilità di relazione con Firenze. È una città in cui chi lavora nell’arte contemporanea può sentirsi schiacciato dal peso di un passato che viene spesso presentato come unica identità, oppure assistere a una valorizzazione del patrimonio orientata prevalentemente al turismo. Con Chiasso Perduto abbiamo cercato di aprire uno spazio diverso, capace di instaurare una conversazione con questo patrimonio attraverso uno sguardo contemporaneo, fresco e, quando necessario, anche critico. È stata una delle sfide più complesse, ma anche una delle conquiste di cui andiamo più fiere. Siamo altrettanto orgogliose del rapporto di grande vicinanza che siamo riuscite a costruire con gli artisti, quasi familiare. Spesso diciamo che, una volta entrati nella famiglia di Chiasso Perduto, se ne fa parte per sempre, perché il legame continua anche dopo la fine della residenza.
Quale errore non rifareste? Crediamo che gli errori facciano parte dell’esperienza, perché è solo provando le cose che si capisce quale sia la scelta migliore. Se dobbiamo individuarne uno, però, direi che è quello di non seguire la propria intuizione. Abbiamo accumulato un bagaglio importante di esperienza nel campo, che ci permette di leggere persone, progetti e situazioni con una certa consapevolezza. Per questo, l’intuizione non è qualcosa di magico o irrazionale, ma una forma di conoscenza che si costruisce attraverso l’esperienza. E forse l’errore più grande è proprio ignorarla, invece di fidarsi di ciò che abbiamo imparato a riconoscere nel tempo.
Che consiglio dareste a chi vuole aprire uno spazio simile? Il nostro consiglio prima di aprire uno spazio è di avere le idee molto chiare sul perché lo si vuole fare e su che cosa si desidera offrire al territorio. È fondamentale studiare il contesto in cui si vuole operare, perché un modello che funziona in un luogo non è detto che funzioni in un altro. Bisogna capire quali sono le esigenze, le possibilità e gli spazi di intervento, andando oltre il proprio desiderio personale. Passione, entusiasmo e voglia di mettersi in gioco sono indispensabili, ma devono essere accompagnati da una visione precisa e da un’identità progettuale chiara fin dall’inizio.